Pettirosso da combattimento

Publié le 2 juin 2014

L’ACID può essere considerata forse la costola proletaria e di ricerca della gloriosa SRF, che promuove la Quinzaine des Réalisateurs. Ogni anno anche l’ACID porta a Cannes, in una sezione parallela del tutto autonoma dalla selezione ufficiale, una serie di film ancora in attesa di un distributore, che spesso affrontano temi sociali importanti e vengono da registi esordienti. Nelle scorse edizioni ne abbiamo presentati diversi di memorabili. Brooklyn di Pascal Tessaud, opera prima presentata ieri in una sala stracolma e calorosa, non ha la visionaria impudente di Mange ceci est mon corps dell’haitiano Michelange Quay o di The End di Hicham Lasri, ma con loro condivide un’energia visiva e un’urgenza espressiva tali da farsi perdonare le incertezze che pure non mancano, soprattutto sul piano del racconto.



Saint-Denis, oggi. Coralie, nome d’arte Brooklyn, nera, 22 anni, un caschetto di dreadlocks corti e un fisico da scricciolo, arriva dalla Svizzera con in valigia un quaderno di testi rap e il desiderio di sfondare. Troppe porte prese in faccia, troppi problemi con un padre che non la capisce, troppo poche le foto di una madre persa da bambina. Assicuratasi una camera nell’appartamento di un’eccentrica anziana, Odette (Liliane Rovère), Coralie trova lavoro in un’associazione che fa assistenza sociale per i giovani del quartiere, offrendo una mensa e una serie di attività. È fortunata. Al centro, Yazir (Jalil Naciri), un operatore sulla quarantina dall’aria perennemente tesa, organizza seminari di scrittura rap, invitando i giovani a lasciar stare il gangsta rap degli omoni con catene d’oro, che propugnano facili ideali di ascesa sociale, fatti di donne in bikini sul bordo della piscina e fruscianti mazzi di banconote, invitandoli a risalire alle fonti sociali del genere, tirando fuori il loro vissuto. In una delle serate organizzate da Yazir, Coralie conosce Issa (Rafal Uchiwa), un rapper poco più grande di lei in cerca di un contratto. Issa cerca di aiutarla, le presenta Diego (Despee Gonzales) che millanta rapporti con il mondo dello showbiz musicale ma campa rubacchiando la notte biciclette. Coralie è attirata da lui ma Issa vuole tutto e subito, e i due rompono sul nascere.



Yazir ha un progetto, realizzare una raccolta di pezzi di ragazzi del quartiere, ma non tarda a riconoscere il talento di Brooklyn e a inserirla a sorpresa nel programma delle sue serate. Lei cerca di fare tesoro delle sue lezioni, continuando a inseguire il proprio sogno, ma non riesce a uscire da una routine quotidiana di pasti e pulizie. Diego, innamorato di lei, riesce ad offrirle solo serate picaresche al chiaro di luna, a caccia di biciclette da rubare. Issa cerca di riconquistarla, ma quando Coralie lo scopre in macchina con la responsabile del centro, una bianca borghese di mezza età, è la rottura definitiva. Prove dopo prove, concerto dopo concerto, Brooklyn si sempre sempre più apprezzata sul piano artistico, ma l’ombra lunga di Issa si allunga sul suo futuro e mette a rischio i sogni di lei, Yazir e del loro giro.



A fine film, accompagnato da una troupe numerosa, con accanto a lei la piccola rapstar di questo film, KT Gorique, Pascal Tessaud ha raccontato la genesi del progetto. Nativo di una delle innumerevoli cités che circondano Parigi (Beauregard, nel comune di Celle-Saint-Cloud, una decina di chilometri a est della capitale), Tessaud viene da una famiglia operaia e ha inseguito con tenacia il sogno di fare cinema, nonostante tutte le difficoltà derivanti dalle sue origini. Senza frequentare nessuna scuola, si è costruito una competenza sul campo, entrando nel giro dei cortisti e imparando tutti i mestieri tecnici, prima di realizzare in proprio diversi cortometraggi e un primo documentario dedicato alla sua seconda grande passione, la musica rap (Slam, ce qui nous brûle) che lo fa notare nel 2007. Le lungaggini incontrate nella preparazione dei corti e il successo incontrato da opere prime selvagge girate in regime di autoproduzione, come Rengaine (2012) di Rachid Djaïdani e Donoma (2011) di Djinn Carrenard lo hanno convinto a tentare anche l’avventura di un film superlow budget, utilizzando per riprendere delle fotocamere Canon, interpreti non professionisti (eccezion fatta per Jalil Naciri, attivo già dal lontano 1993 con Hexagone di Malik Chibane) e una troupe ridotta all’osso, con due operatori provenienti dal documentario.



Le origini proletarie di Tessaud, la sua ricerca di modelli nel cinema neorealista e nel realismo sociale di Ken Loach o del meno noto Paul Carpitta (cui è dedicato il film) si riflettono nelle sue scelte in fatto di politica della rappresentazione. Tessaud si sforza di liberarsi dei clichés del film di banlieue almeno a livello socio-simbolico, chiamandosi fuori dagli opposti vezzi del miserabilismo e dell’angelismo. Ma questo partito preso rappresenta solo la premessa in termini di etica dello sguardo. La scelta più interessante sul piano della messinscena, messa in conto l’opzione più o meno obbligata per un cast di non professionisti, è l’adozione di un metodo di direzione di attori piuttosto originale e nei fatti assai efficace, che lo stesso Tessaud ha definito come “improvvisazione guidata”, ed è stato suggerito al regista dal rap. Dopo settimane di prove, e partendo da poco più un canovaccio, gli interpreti sono stati mandati sul set con una serie di indicazioni piuttosto sommarie, sollecitati a improvvisare sul tema e orientati in tempo reale dal regista, che in postproduzione ha eliminato dal suono in presa diretta i suoi interventi.



Il risultato di questo tour de force è una notevole intensità a livello performativo, nelle sequenze di rap naturalmente - KT Gorique e gli altri artisti hanno scritto appositamente i propri interventi lirico-musicali ripresi nel film - ma anche in quelle di interazione dialogica. Dopodiché, sul piano della regia e nel trattamento della luce, il film non risulta altrettanto incisivo, ma i problemi maggiori vengono dal racconto, perché, una volta installata la situazione narrativa di base e introdotti i diversi personaggi, Tessaud non riesce con altrettanta sicurezza a tessere i fili del plot, lasciandosi andare a digressioni che toccano personaggi secondari (Issa, Yazir, Odette) senza riuscire a costruire un respiro corale. Diversi passaggi decisivi nell’ultima parte risultano del tutto ingiustificati sul piano di un economia del racconto e ne compromettono in modo significativo l’impatto patemico.



Ciononostante, Tessaud ha il merito fondamentale di avere saputo mutuare maieuticamente la vitalità e il talento artistico di KT Gorique, rappeuse svizzera scoperta dal regista per caso su YouTube ma assai nota nel giro del rap internazionale come campionessa nel 2012 del contest End of the Weak. Il suo ritratto di Brooklyn esprime un mix estremamente toccante di forza e fragilità : la carica di assertività che vibra nei testi e nella gestualità della performer fa contrasto con un animo tendenzialmente solitario, introverso, meditativo, incerto fuori dalla scena. La tenerezza ruvida di questo personaggio fa respirare l’intero film, ma l’altro punto di forza è proprio l’attenzione all’interazione tra immagine e suono. Tessaud risolve con una certa eleganza formale molte soluzioni di transizione narrativa, appoggiandosi a uno score che “cita”, incorporandoli, numerosi momenti performativi di rap (tra cui uno, davanti a decine di migliaia di persone, girato con più camere durante un concerto al Parc de la Villette), ma nelle dilatazioni interne del racconto segue toni e ritmi molto più morbidi, da cool jazz. L’energia lirico-musicale di Brooklyn/KT Gorique è quella di un’intera generazione di artisti che per Tessaud sta restituendo dignità al rap, recuperando non solo l’impegno sociale e la carica contestataria delle origini ma anche un tasso di ricerca formale consistente nella composizione dei testi. A Tessaud va anche quindi il merito di essere riuscito a trasmettere la forza espressiva di questo genere poetico-musicale in cui le nuove generazioni, spesso con un passato di emigrazione o postcoloniale, recuperano le matrici profonde della musica black.


Leonardo De Franceschi, Cinemafrica.org

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